Grassroots leadership & community: soluzioni guidate dalle donne Rom. Incontro con Saska Jovanovic

Nel mese in cui ricorre la Giornata Mondiale dei Rom e dei Sinti, abbiamo scelto di approfondire la condizione delle donne Rom in Italia attraverso la voce di chi lavora ogni giorno sul campo. A raccontarcelo è Saska Jovanovic, attivista e fondatrice delle associazioni ROMNI e ROWNI. Originaria della Serbia, da anni vive e opera in Italia, dove promuove l’empowerment femminile e combatte le discriminazioni intersezionali che colpiscono le donne Rom. L’intervista è a cura di Claudia Compagni.

D: Partiamo con una domanda per capire il contesto italiano nel quale lavori: quali sono alcune delle migliori pratiche nate in Italia per l’empowerment delle donne rom a livello locale?

R: Innanzitutto voglio ringraziarvi per questa possibilità, è davvero un onore poter condividere il frutto di anni di lavoro svolto da associazioni come ROMNI e ROWNI.
E soprattutto, considerando l’attuale momento storico, credo che sia molto importante parlare di come stanno evolvendo – o meglio, “involvendo” – i diritti delle minoranze in genere, compresa quella RSC.

Tornando alla domanda, l’emancipazione delle donne rom è un processo che nasce dal basso, costruito giorno dopo giorno, e che parte dal coinvolgimento diretto delle donne stesse.

Un esempio molto significativo è il progetto attualmente in corso RomniMe, che ha coinvolto – e sta coinvolgendo – giovani rom in attività di mentoring tra pari: ovvero ragazze, affiancate da mentori volontarie, si occupano di temi concreti come l’accesso ai servizi, la salute, l’occupazione. Questo modello ha rafforzato la loro autostima e autonomia.

Altri esempi virtuosi includono:

  • i percorsi di formazione promossi da ROMNI sull’indipendenza economica e la leadership femminile;
  • gli spazi di aggregazione di ROWNI per madri e figlie, che creano legami transgenerazionali importanti;
  • le attività culturali, come i corsi di danza, che hanno avuto un impatto profondo e inaspettato, diventando spazi di confronto sull’identità, la discriminazione e la violenza di genere.

Per molte ragazze, la danza è diventata un modo per riavvicinarsi alla propria cultura d’origine, ma in modo critico e costruttivo.

D: Tutte queste esperienze ci fanno capire quanto sia importante il ruolo delle organizzazioni per la comunità. Ci sono ONG guidate da Rom?

R: In Italia ce ne sono alcune, ma sicuramente non sono la maggioranza. Quelle che esistono cercano di fare il massimo, sia da un punto di vista concreto – supportando le comunità nelle sfide quotidiane, come richiedere i documenti, trovare lavoro, ottenere un alloggio – sia facendo da ponte con le istituzioni.

D: Certamente avete molto lavoro! So che le tue associazioni sono attive anche nell’ambito della lotta contro le discriminazioni multiple e intersezionali. Puoi dirci qual è il ruolo delle ONG a guida Rom in questo campo?

R: Il ruolo delle ONG rom è fondamentale. Queste realtà non solo rappresentano la voce autentica delle comunità, ma spesso sopperiscono alla mancanza di interventi pubblici.

Offrono percorsi di leadership, mentoring, orientamento professionale, ma soprattutto danno alle donne rom l’opportunità di essere protagoniste, non semplici beneficiarie.

Purtroppo, l’antiziganismo in Italia è ancora strutturale e colpisce l’intera comunità. Ma le donne rom affrontano discriminazioni molteplici: per genere, per origine etnica, per condizione socio-economica – insomma, come detto, si tratta di discriminazione multipla e intersezionale.

Le ONG cercano di contrastare questo fenomeno creando spazi sicuri, offrendo opportunità concrete e promuovendo il protagonismo delle donne. Tuttavia, senza finanziamenti stabili, è difficile garantire continuità.
Queste organizzazioni rappresentano vere e proprie infrastrutture sociali, e vanno sostenute come tali.

D: Hai spesso fatto riferimento alla mancanza di supporto istituzionale. Secondo te, quali dovrebbero essere le priorità da affrontare per migliorare concretamente la condizione della comunità Rom, e in particolare delle donne, che spesso vivono una condizione di maggiore svantaggio? Quali sono, quindi, le raccomandazioni politiche fondamentali su cui bisognerebbe intervenire?

R: È una domanda complessa, perché ci sono molti aspetti da affrontare. Proverò però a sintetizzare quelli che, secondo me, sono i punti fondamentali da cui ripartire.

Un principio guida, semplice ma essenziale, è che le politiche più efficaci nascono dalla comunità stessa.

Per questo, la prima raccomandazione è rafforzare il dialogo diretto con la comunità rom, e in particolare con le sue donne.
Questo significa anche riconoscere le ONG a guida Rom come interlocutori ufficiali: le istituzioni dovrebbero rivolgersi a noi per comprendere i bisogni reali della comunità.
Possiamo offrire un punto di vista prezioso e rappresentare un ponte concreto tra le istituzioni e il territorio.
Ma perché questo dialogo funzioni, servono finanziamenti stabili: il lavoro sul campo richiede tempo, competenze e risorse.

Un altro aspetto cruciale è l’accesso garantito all’istruzione e alla formazione professionale.
Un buon esempio è il progetto RomniMe, che dovrebbe diventare parte integrante delle politiche pubbliche, con un sostegno economico strutturato.

In particolare per le ragazze rom, l’istruzione deve essere accompagnata da borse di studio: solo così molte famiglie saranno incentivate a far proseguire le figlie nei percorsi scolastici e formativi.

È fondamentale anche investire nell’imprenditoria femminile rom, promuovendo strumenti come il microcredito etico e valorizzando le attività culturali e sociali portate avanti dalle donne della comunità.
Spesso, infatti, è più realistico creare un lavoro autonomo piuttosto che trovarne uno, a causa dei pregiudizi ancora diffusi nel mondo del lavoro.

Infine – e forse questa è la raccomandazione più importante – serve un’azione strutturale contro l’antiziganismo.
Questo significa campagne permanenti di sensibilizzazione, formazione obbligatoria per il personale pubblico e l’inserimento dell’antiziganismo tra le priorità delle politiche antidiscriminatorie europee.

D: Un messaggio molto chiaro e potente. Vorrebbe lasciarci con un ultimo pensiero?

R: La comunità rom viene spesso vista come un problema, e questo è inaccettabile.
Integrare una comunità non dovrebbe mai costituire un problema per una società democratica.

Siamo tutti esseri umani e meritiamo di essere accolti ovunque.
E soprattutto, noi donne rom non siamo un problema da risolvere, ma una risorsa straordinaria per la nostra società.
Ma dobbiamo essere messe nelle condizioni di poterlo dimostrare.

Finché saremo costrette a nascondere chi siamo per essere accettate, non potremo costruire un vero cambiamento.
L’emancipazione delle donne rom è una battaglia per la giustizia sociale.
Continueremo a lavorare ogni giorno, ma abbiamo bisogno che le istituzioni, la politica e la società civile ci affianchino con serietà e continuità.

Perché il cambiamento vero si costruisce insieme!

A conclusione, è importante ricordare che il progetto ACADE-ME, di cui l’organizzazione ROMNI, guidata da Saska Jovanovic è partner, si impegna a pubblicare regolarmente informazioni, report e materiali divulgativi con l’obiettivo di affrontare il persistente fallimento delle politiche di inclusione sociale delle persone rom. Il progetto pone l’educazione, la sensibilizzazione e la promozione di modelli positivi al centro della lotta contro l’antiziganismo, la discriminazione e gli ostacoli all’emancipazione delle persone rom. ACADE-ME è finanziato dal programma europeo “Cittadini, uguaglianza, diritti e valori” (CERV).